| IL SACRO MONTE DI SAN VIVALDO Le Origini Una singolare serie di eventi fa di questo luogo un "unicum" della cultura occidentale sia dell' arte che della natura. Dal 1185 al 128O lo sappiamo in possesso dei Frati della Croce di Normandia e conteso fra Castelfiorentino e S. Miniato. Quando i francescani entrarono nell' antica chiesa di Camporena, il luogo era già sede di un remoto culto locale legato alla figura di Vivaldo, il santo eremita la cui venerazione si diffuse intensa quando il suo corpo fu ritrovato in circostanze miracolose nel cavo del castagno che egli aveva usato come dimora in vita. Sembra inoltre ormai certo che la selva di Camporena, oltre che il beato Vivaldo, che visse a cavallo tra Due e Trecento, abbia ospitato santi romitori almeno dal secolo XII e forse da prima, anche se solo nel Trecento il luogo divenne centro di attrazione sociale come di religiosità popolare, accomunando tutti gli abitanti almeno di questa parte della Valdelsa. Successivamente fu ampliata l' antica chiesetta di Santa Maria in Camporena e i secoli XIV e XV scandirono la crescita di interesse per questo luogo. Ben presto questo interesse divenne causa di tensioni, liti, fino a veri e propri contrasti che coinvolsero progressivamente tutte le vicine comunità e tutti i poteri locali, civili ed ecclesiastici e che avevano per oggetto diritti di patronato, giurisdizionali, commerciali. I francescani arrivarono nel momento in cui la tradizione della religiosità popolare dell' area attraversava una crisi e seppero operare una riconversione al culto verso una manifestazione di devozione nuova che aveva profonde radici in Toscana: il pellegrinaggio nei luoghi della Terra Santa che qui vengono riprodotti fedelmente seguendo la topografia di Gerusalemme. Il pellegrinaggio non viene comunque mai vissuto in maniera riduttiva o come surrogato. Il rapporto con la Terra santa è sempre stato una delle costanti della religiosità cristiana dell' Europa medievale: molti erano i resoconti dei viaggi, molti gli esempi di ricostruzione di Santi Sepolcri e luoghi sacri di Terra santa. Una tradizione particolarmente sentita dai francescani che ancora oggi hanno la custodia dei luoghi sacri a Gerusalemme. Per questi motivi Fra Tommaso da Firenze volle fondare quella che fu definita la Gerusalemme della Valdelsa, riproducendo in una serie di cappelle sparse nel bosco attorno alla chiesa i luoghi sacri di Gerusalemme e della Palestina. L' opera fu realizzata in un tempo relativamente breve: tra il 1500 e il 1516 furono erette probabilmente poco meno di 25 cappelle che ricordavano i 34 loci della Gerusalemme della vita di Cristo. Risale al 1516 il Breve di papa Leone X che concesse le indulgenze per i devoti che vi accorrevano numerosi. Fra Tommaso disponeva certamente di informazioni molteplici e precise e probabilmente di un' esperienza diretta , essendo stato a lungo in Oriente, ed era in contatto con Bernardino Caimi che in quegli stessi anni progettava la sua Gerusalemme di Varallo Sesia. Egli scelse il luogo con una tale accuratezza che nel corso di recenti studi è stato possibile verificare tutto il rigore e la precisa intenzione di ricostruire la topografia della Gerusalemme sacra. Egli aveva adottato non l' orientamento astronomico locale, ma quello sacro di Gerusalemme: aveva identificato una profonda forra boscosa posta a est del convento con la Valle di Giosafat, il rilievo che costituiva il margine sud della forra gli poteva apparire come un ideale Monte degli Olivi, mentre verso nord un ripiano naturale rappresentava perfettamente la spianata del tempio: più oltre una collinetta veniva a formare un ideale Monte Calvario. All' interno delle cappelle erano gruppi statuari di terracotta che rappresentavano gli episodi della vita oltre che della Passione di Gesù. Quando sorse, San Vivaldo, era ubicato in un' area centrale e protagonista dei tempi. Successivamente la zona della Valdelsa perse parte della sua importanza. Questa relativa emarginazione limitò notevolmente quel processo di aggiornamento verso la concezione dei Sacri Monti che invece interessò le altre fondazioni simili. A San Vivaldo questa evoluzione non giunse mai a fargli perdere il suo impianto originario; vi sono intervenute delle modifiche con l' aggiunta di nuove cappelle non legate alla prima ideazione e ne sono state perse altre a causa del terreno umido e franoso, e soprattutto per la mancanza della motivazione a mantenere luoghi divenuti secondari. Abbiamo pertanto la costruzione della cappella dell' Annunciazione, la fuga in Egitto, la Samaritana. I nuovi edifici mirano alla rappresentazione simbolica più degli episodi della vita e della passione di Gesù piuttosto che dei luoghi concreti ove tali episodi si svolsero. Nel 1528 Clemente VII confermava la bolla delle indulgenze del 1516 e poneva il convento sotto la protezione dei Capitani di Parte. Il granduca Ferdinando I nel 1582 raccomandava di averne cura e di accrescerle; nel 1612 Cosimo II visitò le cappelle. I restauri si susseguirono; nel 1688 una strada più larga congiunse le cappelle al paese; nel 1722 questo divenne un luogo di ritiro per preti che dovevano scontare qualche mancanza. Forse il modo di usare anche questa Gerusalemme da parte della popolazione nelle feste era quello delle "cerche": visita dei luoghi, recita di preghiere e ricavo di indulgenze; ma un uso più intimo e continuo ne dovevano fare i frati quali attori/spettatori inseriti in questo teatro pietrificato della memoria. La scelta degli artisti di utilizzare urbanistica, architettura, pittura e terrecotte dipinte consentiva di avere il massimo grado di concretezza; il silenzio della natura il massimo grado di concentrazione (si ricordi l' uso che ne faceva un neo-eremita dei nostri giorni, Maurizio, che andava a dormire nel S. Sepolcro). Attualmente San Vivaldo è tornato ad essere al centro di un' attenzione e di un interesse rinnovati. Sono in corso da qualche tempi indagini storiche e documentarie, sono in progetto interventi di restauro. Un comitato di esperti di fama mondiale ha consentito la sua rivalutazione; nel 1993 è stato aperto il Museo didattico e l' attività di studio, finanziata dal Comune, continua nel Centro Internazionale di Studi; presso la Biblioteca c' è una sezione specializzata per la documentazione. IL SACRO MONTE - LA CHIESA
Tutto il complesso era anticamente chiuso da un muro che ne faceva un luogo di clausura per difendersi anche dalle inopportune e fanatiche visite di molti pellegrini. Ma l' aspetto boschivo attuale al suo interno è frutto dell' incuria del tempo; prima il complesso si doveva presentare come una vera e propria città. Vicino alla strada provinciale è il Monte degli Ulivi; al di là della Valle di Giosafat (borro dei frati) la città santa, con il Monte Sion all' estremità prossima al convento e in alto sulla destra il Calvario. Diversi "loci" originali e cappelle sono andati distrutti, ma il nucleo essenziale di 17 cappelle si è conservato. La chiesa, secondo la più tipica tipologia francescana, è separata dal complesso delle cappelle ed è preceduta da un loggiato sulla destra del quale, in corrispondenza della cappella di S. Vivaldo, in una incorniciatura robbiana si vedono le figure in terracotta dipinta di S.Antonio abate (quale santo eremita per eccellenza), S. Lino papa, patrono di Volterra, S. Rocco (protettore dalla peste e nel 1504 nella zona era corsa paura di peste). Le piccole aperture in basso ai lati dell' altare potrebbero alludere ad un primitivo circuito di visita al luogo-reliquia di S. Vivaldo. La Cappella dei Caduti, ora con un Giudizio settecentesco, era dedicata a S. Caterina d' Alessandria, la vergine sapiente che testimoniò l' umanità di Cristo e dal cui santuario sul monte Sinai iniziava in genere il pellegrinaggio oltremare. Entrando la prima cappella è quella di S. Vivaldo; vi si conservano reliquie in un urna quattrocentesca e il corpo riportato in loco dai Montaionesi nel 19O6 quando fu ufficialmente riconosciuto il culto. Sopra l' altare il Presepe, bella ceramica invetriata attribuita a Benedetto Buglioni (1459/1521); in primo piano anche S. Caterina e S. Vivaldo quali esempi di contemplazione sapienziale e mistica. Nella predella: stemma Ghettini, S. Gerolamo, Cristo dei dolori, S. Francesco. Alla parete di destra una pala di Raffaellino del Garbo con La Vergine, S. Gerolamo, S.G. Battista, S. Francesco e S. Vivaldo. La robbiana in antico stava nel primitivo oratorio a cui si accede proseguendo sulla destra (ridotto alle forme attuali nel 1926 in occasione del centenario della canonizzazione di S. Francesco, "Alter Cristus"), sul fronte opposto della Pietà, altra pregevole terracotta dipinta: nascita e morte, i due estremi dell' umanità di Cristo. Il S. Sebastiano in terracotta (sec. XVII) era prima collocato sopra la nicchia dell' altare di sinistra. Anche se con opere più tarde tutta la decorazione della chiesa sviluppa il tema francescano; questo infatti era dedicato a S. Margherita da Cortona, mistica terziaria francescana innamorata della Passione. La lapide sepolcrale Bardi ora nella parete di destra è del 158O. Il presbiterio e l' altar maggiore furono rifatti in marmo nel 1751. Nello stesso anno fu decorata la cupola con l' Apoteosi dell' ordine francescano; nella parete di destra S. Chiara che con il sacramento mette in fuga i saraceni dal santuario di S. Damiano, al soldo dello scomunicato imperatore Federico II; a sinistra S. Bonaventura comunicato da un angelo (il frate compilatore della Legenda francescana). Nel 1763 fu rifatto il tetto del coro (colomba robbiana nel centro) e stuccata la volta; sopra il coro con stalli in noce è un prezioso organo del 1739 per finanziare il quale fu venduto il più grande cipresso che era nel bosco. Nella Sacrestia, a cui si accede dalla porta a sinistra dell' altare, è un grande banco in legno del 1617. Al lato della chiesa è il chiostro grande con archi ora murati; da questo si accede al bel refettorio con stemma robbiano. Il convento è stato sede del Seminario francescano fino all' ultima guerra. Dopo le soppressioni napoleoniche fu restituito ai frati nel 1815; di nuovo soppresso nel 1866, fu riacquistato da benefattori e donato di nuovo ai frati. In fondo all' orto del convento si vede il lavatoio , da restaurare, in cui nell' arco centrale di fondo alla bella edicola era una grande terracotta con Cristo e la Samaritana venduta ai primi del 9OO e ora al Museo di Cleveland, USA. IL SACRO MONTE - LE CAPPELLE
Le cappelle conservano il più grande complesso al mondo di sculture rinascimentali in cotto ambientate in architetture di squisita linea classicheggiante, composte su griglie metriche proporzionali al braccio fiorentino (cm. 58) con elementi decorativi in cotto che riproducono una versione "antica" dei luoghi di Gerusalemme. Iniziando il giro delle cappelle si incontra per prima quella del CENACOLO sul Monte Sion; alla sua destra, riadattando un fienile, si è allestito il MUSEO DEL SACRO MONTE - mostra permanente - con pannelli esplicativi. Il Cenacolo presenta una architettura articolata e complessa fedelmente ispirata a quella di Gerusalemme. Ha fronte a capanna con pilastri angolari e lesene laterali; nella sala principale a due navate con tre campate quadrate coperte a crociera e colonne ioniche, sono le scene dell' Ultima Cena e della Lavanda dei piedi. Attraverso un ballatoio sulla destra con portico su colonnette ottagonali e capitello a dado, si accede al pianerottolo con capitelli tuscanici che immette alla cappella della Pentecoste , ad un livello rialzato come a Gerusalemme: aula quadrata con cupola e pennacchi. Al centro la colomba invetriata da cui si partono le lingue di fuoco; la terracotta in parete è fra le più belle. In Gerusalemme il Cenacolo era il centro principale dell' insediamento francescano con il Convento del Monte Sion, ma il fatto che sotto di esso vi si indicasse la Tomba di David portò alla sua distruzione da parte mussulmana e poi alla cacciata dei frati. Al piano terra invece un porticato in parte chiuso immette alla cappella della Incredulità di S. Tommaso . Lungo la strada proseguendo sulla sinistra è la CASA DI ANNA con il gruppo dello schiaffo a Cristo con una cornice di angeli e con uno sfondo dipinto. L' alto rango del sacerdote è messo in evidenza dal trono e dal costume (guanti). La facciata presenta alcuni inserti seicenteschi come le finestrelle ellittiche. Le due cappelle che si trovano proseguendo sulla destra, aggiunte posteriori al primitivo disegno, sviluppano invece il tema mariano che ha radici nel S. Vivaldo eremitico; la prima a croce greca è dedicata all' ANNUNCIAZIONE, tema caro a Firenze e ai Medici e mostra modi architettonici della fine del 5OO. La seconda è dedicata alla FUGA IN EGITTO ed è stata ricostruita nel 1835. Proseguendo sulla sinistra si trova la CASA DI SIMONE FARISEO, non strettamente legata alla Passione, ma sede di un evento di forte presa che sottintende un invito alla redenzione delle peccatrici. Ha un vano quadrato ed una scarsella in cui è la scena della prostituta che con i capelli asciuga i piedi di Cristo al cospetto degli scandalizzati farisei; l' impianto risale alla seconda metà del 5OO. La visita prosegue con l' ultimo edificio a destra del piccolo agglomerato: è la CASA DI PILATO. L' architettura allude ad un fabbricato con finestre e balconata che dà sul piazzale interno della condanna (il Lithostrotos): qui l' Ecce Homo è mostrato alla folla dopo la Flagellazione alla colonna e l' Incoronazione di spine (all' interno). Sotto in una prigione era prima la statua di Barabba tolta nell' 800 perchÈ rovinata dalle sassate che per tradizione le donne in cerca di marito solevano gettarvi. Dietro la Casa di Pilato era la CASA DI ERODE di cui si vedono alcuni resti di muratura dietro sulla scarpata. Di fronte é la cappella della ANDATA AL CALVARIO elegante per le quattro paraste che sorreggono una doppia trabeazione e sopra un attico con frontone triangolare; all' interno i bracci sono coperti a volta a botte e il vano centrale a cupola. L' architettura mostra una ascendenza bramantesca ed é elaborata dalla tipologia dell' arco di trionfo romano ed a questo forse si allude con l' avvio processionale del Cristo. Anche i visitatori sono invitati ad affiancarsi al corteo entrando dalla porta destra e uscendo da quella sinistra. Nell' edicola addossata ed in fronte all' Ecce Homo è ancora l' eco della turba vociante "Crucifigge" mentre mute se ne stanno le pie donne. E' questo il luogo in cui il coinvolgimento dello spettatore è massimo: anche lui si trova fra la folla, fra i colpevoli ebrei. La CHIESA DELLO SPASIMO con portico su colonne in pietra e capitelli tuscanici è frutto di una progressiva "espansione" legata al culto mariano e va ad incorniciare l' originale splendido drappo della Vergine dello Spasimo, già nel 6OO centro di grande devozione per grazie ricevute; la chiesa ha un impianto che corrisponde a tale periodo; diversi i restauri documentati. Ai piedi della scarpata della collina è la CAPPELLA DELLE PIE DONNE e proseguendo a metà della scala (1687; il suo titolo "scala santa" è recente, per completare una devozione che invece riguardava la scala del Pretorio di Pilato, presente in Roma al Laterano e quivi trasportata da Gerusalemme) è la CASA DELLA VERONICA, altro omaggio ad un episodio apocrifo di grande presa popolare. A Gerusalemme era indicata essere vicina al sepolcro, come qui, ma non era, come altri luoghi, accessibile ai cristiani. Giungiamo al complesso di quei luoghi che a Gerusalemme sono inglobati nella basilica del S. Sepolcro e a S. Vivaldo invece sono ben distinti pur rispettando la loro posizione. Qui è, rialzata da terra, la CAPPELLA DEL CALVARIO; quadrata con due arcate in cotto su pilastri d' angolo di tipo tuscanico prospicienti allo spiazzo (probabilmente un tempo aperte per poter vedere la crocifissione dall' esterno). Nel basamento é riprodotto anche lo squarcio del terremoto che si verificò alla morte di Cristo. All' interno un ampia parete affrescata a cui si addossano le croci, un tempo leggermente più avanti: il pathos é al massimo; da una edicoletta in basso dove "Stabat Mater" ci si può accostare alla tragica disperazione del gruppo delle donne con S. Giovanni. Sotto il calvario nel luogo dove era piantata la croce (l' ombelicus mundi) è forse anche qui a S. Vivaldo la TOMBA D' ADAMO affinchÈ la redenzione, battezzando col sangue il fautore del peccato originale, raggiunga la sua pienezza. Scomparsa è invece la Cappella di S. Elena del ritrovamento della Vera Croce forse interrata nella zona sottostante ove è la scarpata franosa. L' EDICOLA DEL S. SEPOLCRO è il fulcro devozionale del complesso. L' interno è composto da un vestibolo absidato con la Maddalena e S. Elena da cui si accede alla camera sepolcrale con presente il cadavere di Cristo, mentre un affresco in parete ne illustra la deposizione. Dal 4OO si ebbe una ripresa dell' imitazione del modello gerosolemitano, ma questa di S. Vivaldo è una delle più complesse e fedeli, resa ancora più preziosa dalla scomparsa di quello originale a seguito di modifiche nel 1555 e poi per l' incendio del 1808 che portò ad una quasi totale ricostruzione. All' esterno si presenta con una forma a ferro di cavallo (con archetti su dieci colonnine di ordine ionico e sovrastante elaborata trabeazione in cotto) raccordata con un vano quadrato. Al centro del tetto della rotonda anche qui a S. Vivaldo era una lanterna esagonale con colonnine binate di cui sono state rinvenute tracce nei restauri compiuti nel 1976. Poco distante al lato del Sepolcro è la cappella del NOLI ME TANGERE in corrispondenza dello stesso luogo gerosolemitano in cui Cristo (metà statua è stata trafugata di recente) apparve alla Maddalena. Di fronte la cappella del CARCERE DI CRISTO, rettangolare con piccola abside, contenente una terracotta proveniente da altri "loci" perduti; questa infatti nel progetto originario era la Cappella Resurrectionis dove Cristo apparve alla Madre ed al cui centro era il luogo in cui la riscoperta Vera Croce da parte della Regina Elena compì un tale miracolo (così è a Gerusalemme e fra l' altro vi si conservava un frammento della croce e parte della colonna della flagellazione). Ritornando verso il convento lungo la strada in discesa si incontra la CAPPELLA DI S. GIACOMO in cui, per processo di contaminazione (fra il Maggiore, decapitato e sepolto a Compostela ed il Minore vescovo di Gerusalemme), mentre la scritta sulla veste indica il secondo, gli attributi, bastone e conchiglia, indicano il primo; del resto la festa di S. Giacomo Minore cadeva in un giorno sempre molto importante per S. Vivaldo: il 1 maggio. Si giunge quindi alla CASA DI CAIFA con gli episodi di Gesù davanti al Sinedrio che si proclama Messia (per reazione Caifa si strappa le vesti) e nella scarsella Cristo oltraggiato; sull' altra parete è ricordato esservi stato un piccolo sacello con la prigione in cui fu custodito Cristo quella notte. Riprendendo il percorso che conduce verso la strada provinciale, uscendo da "Gerusalemme" rimane sulla destra la VALLE DI GIOSAFAT, luogo dove avverrà il Giudizio Universale ed in cui erano molti altri luoghi ora scomparsi per la franosità del terreno. In fronte sull' altro lato della Valle è il Monte degli Ulivi con la CAPPELLA DELL' ASCENSIONE. Questa riprende la forma ottagonale dell' edicola di Gerusalemme che circondava il luogo delle Impronte dell' Ascensione; all' esterno sono paraste angolari con capitelli tuscanici e archi a tutto sesto in una sorta di trasposizione nel linguaggio antico e classico di quella che era stata la riedificazione crociata; all' interno la reliquia dell' impronta e il gruppo plastico. LA CHIESA DI S. REGOLO
La CHIESA un tempo dedicata a S. Bartolommeo, nel 1816 succedette anche nel titolo all' antica Pieve di S. Regolo (santo africano morto nel 781 e sepolto nel duomo di Lucca; era posta a poco più di 1 km fuori del paese). Alla morte di S. Vivaldo le sue campane suonarono da sole e il santo fu qui seppellito sotto l' altar maggiore. Qui si deliberò l' atto con cui nel 1369 tutto il castello si sottomise a Firenze. La facciata è inquadrata da due contrafforti (1765) fra i quali in alto è in pietra l' ostia raggiante di S. Bernardino; il campanile, antica torre del comune con alla base una loggia poi demolita nel 1845, ha la forma datagli nel 1795 (Ing. Tommaso Tofani); in facciata sulla destra una lapide ricorda la sepoltura di Francesco Chiarenti, montaionese studioso di medicina e agricoltura. Il lato su via Roma presenta una serie di contrafforti congiunti da arcate; sono visibili resti di un arco in cotto duegentesco. L' interno si presenta secondo il rifacimento finanziato da Scipione Ammirato il Giovane nel 1635 che poi fu sepolto sotto l' altare come si vede passando dall' Arco del Pievano, con bella curva catenaria, sotto la tribuna. Ha una volta a botte lunettata ed è scandita da modanature in pietra serena. La tribuna fu costruita nel 16O2 e decorata nel 1954 da Cesare Maffei. Nella parete centrale sotto di essa è il SS. Crocifisso (legno policromo del XIII sec. di area settentrionale) che secondo la tradizione partecipò alle crociate; qui si conserva anche una reliquia della Vera Croce. La controfacciata è di foggia neoclassica e dello stesso periodo é il decoro del fonte battesimale in fondo a destra. Proseguendo da questo lato sul primo altare e la Madonna del Buon Consiglio (scuola fiorentina di Cimabue, sec. XIII). Nella Compagnia al lato della chiesa è una bella tavola di Francesco Rosselli con Vergine in trono fra S. Regolo e S. Giovanni Battista (1584; era prima nel coro) ed un altro pregevole quadro con Tobia e l' angelo (sec. XVII di area fiamminga); entrambi i quadri sono in relazione alle due cappelle volute dall' Ammirato. La Madonna dei sette dolori sull' altare (1773) è portata in processione per il Venerdì Santo. Nel 1787 il granduca Leopoldo fece fare a sue spese di nuovo la Canonica, dietro la chiesa; questa all' interno conserva discrete decorazione di gusto neoclassico. La festa di S. Regolo è il 1 Settembre. |